Desperate Housewife?
Updated: Oct 1
Così è. Se vi pare
Avevo promesso di scrivere ogni due settimane. Ma sono arrivate le prime reazioni al blog: grazie a chi ha colto l’ironia, a chi si è riconosciuto in una rappresentazione volutamente parossistica della realtà, a chi mi ha incoraggiato con affetto. Grazie agli haters – le erinni ed i savonarola dei social... “c’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé: non far parlare di sé”.
La riflessione che volevo condividere muove da ciò che mi hanno scritto i Thénardier dell’algoritmo, i preoccupati … Categoria meravigliosa, perché fino a 30 secondi prima che arrivino le loro preoccupate dimostrazioni non pensi affatto di avere un problema.
Nel commentare il mio blog dedicato prevalentemente all’amore, agli uomini e quella nebulosa che qualifichiamo a Milano come “frequentazione”, qualcuno mi ha fatto notare che esporsi così sia un “rischio”. Parola interessante. Soprattutto per me. Ho trascorso buona parte della vita adulta facendo risk management sul lavoro e nella vita personale: costruendo credibilità, misurando le parole, evitando toni sbagliati, entrando nelle stanze giuste con la borsa giusta e, possibilmente, senza alcuna evidenza di occhiaie blu per una notte insonne dopo aver mandato la sera prima un messaggio senza risposta di cui mi sono pentita alle nove del mattino. Ho quindi riflettuto sulla circostanza se parlare di questi argomenti fosse più una manifestazione di coraggio, incoscienza o semplicemente una pessima idea. Sembrerebbe infatti che sia comparsa sulla mia camicia di seta bianca la lettera scarlatta C “Casalinga disperata alla ricerca dell’amore perduto o dell’uomo impossibile “.
Il conformismo impone infatti l'idea che una donna – specialmente ad una certa età – debba raccontarsi nella sua visione migliore: risolta, raffinata, indipendente, impeccabile, sicura e totalmente immune dagli uomini sbagliati. Di fronte a tutto questo io mi ribello. Mi ribello soprattutto all’idea che raccontare una figuraccia significhi essere una figuraccia e che scrivere in modo volutamente dissacrante e provocatorio di alcune fragilità che accomunano molte di noi ci trasformi in vittime delle nostre stesse vulnerabilità.
Lungi da me difendermi dall’accusa di essere una casalinga disperata. Voglio invece difendere il diritto di tutte le donne di essere, quando capita, disperate, ridicole, innamorate, lucidissime, patetiche per venti minuti, magnifiche cinque minuti dopo e perfettamente capaci di riderne la settimana dopo.
Certo, prima di iniziare a scrivere mi sono chiesta anch’io cosa raccontare. Non tanto perché abbia segreti particolarmente sconvolgenti. Magari ne avessi. Ma perché scrivere significa inevitabilmente togliere qualche filtro. E io appartengo a una generazione educata esattamente al contrario. E con i social la questione è ulteriormente peggiorata. Oggi non è sufficiente vivere. Bisogna dare la parvenza di vivere benissimo. E non possiamo semplicemente essere single. Dobbiamo essere meravigliosamente single. Avere amiche bellissime. Fare Yoga alle sette del mattino. Possibilmente possedere uno chalet in montagna e guidare un’auto sportiva. E quando qualcuno ci chiede se ci piacerebbe avere un compagno, la risposta con espressione asceticamente zen è un cliché: «Io sto molto meglio da sola.» Anche se mezz’ora prima abbiamo sottoposto al comitato esecutivo delle amiche lo screenshot di un WhatsApp contenente la frase Buongiorno anche a te chiedendo: «Secondo voi il punto non messo alla fine significa qualcosa?» Naturalmente significa qualcosa. Significa che non ha messo il punto. Ed in questa dimensione artefatta è perfettamente ammissibile passare la domenica pomeriggio in pigiama ed in solitudine solo se alle 19.30 pubblichiamo una fotografia di un Mohito con la scritta: Beautiful day.
Il vero problema forse non è essere single. È ammettere di volere ancora qualcosa. Perché volere espone. Dire che desideriamo innamorarci espone. Raccontare che un uomo ci piaceva e poi è scomparso espone ancora di più. Dire che siamo deluse è peggio di fare nudismo emotivo. Molto meglio recitare la parte che in fin dei conti non era importante. Questa poi è una delle frasi più abusate dalle donne moderne subito dopo “da lunedì comincio la dieta”. E qui inizia la parte interessante. Perché abbiamo trascorso decenni a conquistare il diritto di essere economicamente indipendenti, professionalmente realizzate, per poi ritrovarci terrorizzate dall’idea di sembrare sentimentalmente fragili.
Ammetto che sarebbe più saggio scrivere soltanto cose romantiche possibilmente accompagnate da una fotografia color seppia con uno sguardo che naufraga nell’infinito leopardiano. O, ancora meglio, scrivere cose intelligenti, dotte, magari sulla geopolitica, che pure mi appassiona, o sulla finanza, che è il mio mondo.
E invece no. Continuerò a raccontare uomini, donne, Milano, appuntamenti disastrosi, doppie spunte blu, improvvise sparizioni e tutte quelle situazioni nelle quali donne perfettamente capaci di prendere decisioni importanti perdono temporaneamente ogni facoltà razionale davanti a un: «Che fai stasera?» E continuerò soprattutto a riderne. Perché c'è una differenza enorme tra essere disperate e avere il coraggio di raccontare le nostre piccole disperazioni. E perché ogni donna ha il diritto di essere intelligente senza essere seriosa, autorevole senza essere perfetta e abbastanza sicura di sé da raccontare anche le sue contraddizioni.
Questo blog, allora, potrebbe essere proprio questo. Non il diario di una donna alla ricerca di un uomo. Dio ce ne scampi. E nemmeno il tribunale degli uomini, perché sarebbe troppo facile e soprattutto alcuni sono persone assolutamente carine. O così sembrerebbe. Io continuerò. Rischierò. Anche perché, vista la storia di fraintendimenti che caratterizza la mia vita per gli altri, preferisco almeno fornire del buon materiale. Ed il vero lusso che vorrei concedermi scrivendo non è quello di raccontare tutto. Quello sarebbe esibizionismo e, francamente, anche un po’ noioso. Il lusso che mi concederò è di non dover sembrare sempre quella che ha capito tutto. Non ho capito tutto. Perché possiamo essere contemporaneamente capaci di leggere perfettamente un bilancio, interpretare un contratto, creare un’azienda e continuare a non capire perché un uomo che sabato sera dice “sei una donna incredibile” martedì sembri essere entrato nel programma protezione testimoni.
E quindi se vi scriverò che ho analizzato per quarantacinque minuti un “ci sentiamo” come se fosse l'Armistizio di Compiègne, non significa necessariamente che io abbia trascorso quarantacinque minuti ad analizzare un “ci sentiamo”. Magari erano trenta. È questo il piccolo inconveniente dell’autoironia: richiede che dall’altra parte ci sia qualcuno disposto a riconoscerla.
Nota Finale: Giovanna D’Arco con i tacchi (possibilmente 12cm e con la suola rossa).
Un mio caro amico mi ha dato un consiglio: devi diventare la Giovanna d’Arco, la paladina delle donne che vivono di immagine, attanagliate dalle convenzioni sociali con la paura di esporsi. Ho avuto una immediata visione: Io. Un’amazzone a cavallo in Piazza Affari, con la spada di Cartier, avvolta in un corsetto di Cucinelli, pronta a guidare la rivolta delle donne contro l’incubo più feroce ed insidioso dell’oppressione ai nostri giorni: “che opinione avranno gli altri di me?”. Il sogno è durato appena venti secondi: la cara Giovanna era finita Molto Male. A diciannove anni era già materiale incendiario. Francamente, a mezzo secolo, ambisco ad un programma diverso. Possibilmente senza rogo. Con un buon parrucchiere. E senza cavallo che a Milano nell’area C pagherebbe pure lui il pedaggio e sarebbe senza possibilità di parcheggio. Io non voglio assolutamente immolarmi per questa causa. Dopo Giovanna, la fantasia è proseguita con Marilyn. Che sicuramente mi rispecchia di più: anche lì, ahimé, un finale poco incoraggiante.
E’ solo al terzo tentativo che ho trovato la mia ispirazione: sarò il grillo parlante delle donne che conosco. Non la moralizzatrice e neanche la giustiziera con la missione “castiga ridendo morens”. Semplicemente, cercherò di raccontare dei punti di vista facendo sorridere. La mia eroina sarà Viola: una donna che sbaglia, dice cose inappropriate, viene criticata, ma continua imperterrita e possibilmente arriva alla vecchiaia assaporando champagne e avendo ancora qualcosa da raccontare.
In conclusione, Viola sarà una donna con un computer, una certa propensione all’autoironia e – come me - una pessima disponibilità a comportarsi come ci si aspetta da lei.
Disperata? Così è. Se vi pare...
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