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Ma tutti questi uomini a Milano ci sono davvero?

Writer: ROSA CIPRIOTTI
ROSA CIPRIOTTI
Sep 22
8 min read

Ristoranti, club, vernissage, palestra, Scala. Un’indagine semiseria sull’habitat naturale del maschio milanese interessante.

Come in ogni teorema partiamo dal postulato: Milano, escludendo l’hinterland, ha un milione di abitanti ed è piena di uomini. Che, statisticamente parlando, è un dato inconfutabile e certificato anche dalle amiche fidanzate e dalle persone sposate o con un partner da oltre vent’anni che amano rassicurarti con frasi come: «Ma figurati se a Milano una donna come te non trova qualcuno.»


Persone di ogni genere, che si profondono in consigli incoraggianti di varia natura, sintetizzabili fondamentalmente nella frase «devi uscire di più». Certamente, sì. Però non va dimenticato - con una metafora che – diciamocelo - assomiglia a ciò che la maggior parte delle donne cercano - Milano ha anche migliaia di parcheggi.  Questo non significa che io ne abbia mai trovato uno quando ne avevo bisogno. 

Il problema, infatti, non è stabilire se a Milano esistano uomini. Esistono. Li vediamo. Attraversano Piazza Affari con AirPods e completo blu. A volte anche con i gemelli al polso. Fanno colazione al bar e bevono un cappuccio con una brioche – possibilmente integrale - alle otto del mattino. Corrono al Parco Sempione con un Apple watch che probabilmente conosce il loro battito cardiaco meglio dell’ultima fidanzata. Sono ovunque.  Eppure, quando una donna single sopra i cinquanta decide che potrebbe essere piacevole incontrarne uno interessante, accade qualcosa di misterioso. Scompaiono.


Così ho deciso di affrontare il problema con metodo scientifico ed ho avviato un’indagine semiseria in quelli che dopo un’accurata consultazione con le amiche, abbiamo deliberato essere i loro habitat naturali… Dopotutto, se David Attenborough è riuscito a trovare il leopardo delle nevi sull’Himalaya, dovrebbe essere possibile individuare un uomo single, intelligente ed emotivamente stabile all’interno della circonvallazione, senza che sia necessario iscriversi al golf oppure ad un corso di padel.



Habitat numero uno: il ristorante

Apparentemente promettente. Meglio se con una stella Michelin perché, si sa, l’amore può nascere quando si condividono i valori fondamentali, e la cena a lume di candela con quei piatti microscopici e tanto immangiabili quanto costosi è un requisito irrinunciabile. 

Mi appresto a provare. Milano, ore 21. Effettivamente, il ristorante prescelto è pieno di uomini fra i quarantacinque e i sessantacinque anni. Finalmente, penso. Ma, puntualmente, scopro che la popolazione si divide in quattro sotto insiemi: quelli più interessanti sono al tavolo accanto, seduti di fronte a una donna interessante. O più spesso ad un “partner” interessante, per essere politicamente corretti. Poi ci sono quelli seduti con una donna di ventotto anni. Quelli a cena di lavoro con altri sette uomini, il telefonino sul tavolo e l’espressione di chi sta concludendo una mega fusione internazionale. Ma ecco che è lì, l’ho trovato, quello bellissimo, elegante, sorridente e non impegnato a leggere messaggi di whatsapp. Individuato il possibile candidato, mi avvicino, ma un attimo dopo la cameriera arriva con due calici di champagne e una torta con scritto «Buon anniversario». Indagine conclusa.



Habitat numero due: la palestra

Sulla carta, perfetta. Qui gli uomini sono numerosi e, in teoria, poco vestiti: sembrerebbe il luogo ideale.  Uomini in buona forma. Motivati. Attenti al benessere. Alcuni ancora in possesso di entrambe le ginocchia originali. Il paradiso, insomma. Specialmente per una fanatica di sport come me, che non vede un rotolino di grasso dal 1990. Così arrivo piena di belle speranze ma … scopro che purtroppo l’uomo milanese in palestra entra in una dimensione spirituale nella quale qualsiasi contatto umano sembra proibito.

Auricolari. I-phone. Smartwatch. Borraccia. Asciugamano. Programma di allenamento. Pause di 60 secondi, tempo e ripetizioni scandite. Lo sguardo di chi sta preparando le Olimpiadi di Los Angeles invece di tre serie di squat.

Poi c’è quello che fotografa i bicipiti, un secondo con le gambe completamente depilate … in pratica l’universo investibile si riduce ad un 20% se sei fortunata. A quel punto decido di tentare il tutto per tutto, un 20% è comunque un numero che merita l’investimento: mi presento con gli addominali in bella mostra, i completini da competizione modello Miss Olympia, il trucco fatto per essere la prima étoile a teatro. Ed ecco che lo vedo… ci siamo.  In effetti è un po’ giovane (ma da quanto la gioventù è un criterio discriminante?), abbronzato e si sta avvicinando a me… mi sdraio strategicamente sulla panca fingendo un arresto cardiaco mentre faccio i pettorali. Lui allora arriva vedendomi ferma, apre la bocca e mi illumino d’immenso… è LUI ! Io sono la bella addormentata nel bosco e finalmente avrò il bacio del principe azzurro. Il sogno però dura poco: lui si china (SPOILER: qui l’arresto cardiaco diventa un rischio vero) e pronuncia la fatidica frase: «Hai finito con la panca? Quante serie ti mancano?». Che rimangono le parole più intime pronunciate nell’intera mattinata.



Habitat numero tre: il vernissage

Qui le aspettative salgono. Arte, champagne, persone colte, eleganti, uomini che possiedono occhiali interessanti.  Finalmente un luogo nel quale dovrebbe essere socialmente accettabile parlare con uno sconosciuto. E infatti lo è. L’uomo più affascinante della sala spiega con passione e trasporto il significato dell’opera. Io che non ho mai propriamente studiato i grandi autori del 900 annuisco con sguardo intenso ed ammirato, fingendo di distinguere un Picasso da un Picabia e di apprezzarne le sfumature di stile, intensità e colore. Lui per i primi venti minuti sembra perfetto. Poi compare sua moglie, tipicamente una signora elegantissima, di una certa età: sul piano fisico non ci sarebbe competizione… peccato però che la signora l’opera di Picasso l’ha comprata. Fine dell’indagine.



Habitat numero 4: il club. 

Questo è il luogo che gli amici sposati consigliano più frequentemente. «Devi iscriverti a un club.»  Il club possiede effettivamente una concentrazione promettente di uomini interessanti, almeno sulla carta. Sono stati tutti selezionati per casta e già qui qualcun altro ha fatto il lavoro per noi: Imprenditori. Avvocati. Finanzieri. Immobiliaristi. Professionisti. Finalmente “il target” della donna cinquantenne in carriera in cerca dell’anima gemella.  Il club si presenta come quel luogo esclusivo dove conoscersi è molto semplice. Ed è forse questo vantaggio iniziale a diventare il problema. Nel giro di poche serate conosco tutti. E, soprattutto, so tutto di tutti.  E così scopro che il primo è sposato, il secondo è separato «ma è complicato», in terzo è “in una relazione complicata” e il quarto frequenta “un’amica” ed ha omesso il dettaglio. Servirebbe una due diligence affidabile ed accurata prima del primo Negroni. Informazioni imprescindibili: stato civile aggiornato, relazioni pregresse, “passività” nascoste e, possibilmente, una nota integrativa sulle ex che saltuariamente spuntano come i funghi durante la stagione autunnale.



Habitat numero 5: la Scala.  

Questo, lo ammetto, mi sembrava il posto perfetto per i miei gusti. D’altronde, come non condividere che il luogo in cui incontrare un uomo elegante e capace di provare emozioni, non sia proprio la Scala? Indubbiamente, un uomo che volontariamente trascorre sei ore ascoltando un ring di Wagner possiede già diverse qualità interessanti. Capacità di rimanere concentrato. Sensibilità per il bello. Calma e pazienza.  E, soprattutto, la straordinaria qualità di riuscire a rimanere seduto su una poltrona senza controllare l’i-phone ogni due minuti. Certo, ho dovuto fare anch’io la mia parte per poter tentare questo esperimento sociale. Scoprire che gli spettacoli iniziano sempre e solo alle 20 è stata la prima informazione che ho appreso. Studiare il libretto della Turandot — per evitare di arrivare all’intervallo chiedendomi chi fosse morto, chi si fosse innamorato e individuare la differenza tra un soprano ed un tenore — un atto di fede. Ma, in fondo, se per trovare l’uomo giusto bisogna studiare Puccini, è comunque un investimento piacevole e poco rischioso. Così arrivo, vestita come se dovessi andare al ballo delle debuttanti. Mi guardo intorno. E si, devo ammetterlo: mi sento come erode all’asilo nido. Uomini eleganti. Capelli grigi. Smoking. Mi emoziono persino ascoltando l’Opera, che finisce per commuovermi sinceramente. Assaporo la bellezza e mi lascio trasportare, quasi rapire, dall’atmosfera da sogno.  Poi cala il sipario.  Mi risveglio e mi ricordo della mia missione iniziale. Ed è allora che scopro la grande verità dell’opera milanese: gli uomini alla Scala sono quasi tutti accompagnati.  Volete sapere dove ho trovato gli unici uomini soli?  A recuperare la pelliccia della moglie al guardaroba.



Habitat numero 6: il supermercato. 

Non ridete.  Le coppie di amici sostengono da anni che il supermercato sia il luogo migliore per conoscere uomini. In effetti ho proprio una conoscente che ha fatto un figlio con un bellissimo uomo conosciuto davanti ad un avocado.  Decido di chiederle consiglio, anche perché abitualmente faccio la spesa online e non sono avvezza a trascinare trolley mentre controllo la qualità della frutta. Mi viene rivelato il segreto: «Devi guardare cosa hanno nel carrello.»  Teoria interessante.

Catalogo e faccio ordine mentale:

-          Verdure, pesce fresco e una bottiglia di Brunello: promettente.

-          Sette yogurt kefir, riso integrale e petto di pollo: palestra.

-          Quattro confezioni di mela cotta per neonati: abortire missione. 

-          Una sola tartare, verdure già pronte e cibo per cani? Potenziale altissimo.

Alla decima spesa senza che nessuno degli obiettivi prefissati è stato raggiunto mi ricordo che sono single, ho il frigo pieno e una dispensa con scorte sufficienti per sfamare un camp in africa. Dopo settimane di osservazione e una sofisticatissima profilazione sentimentale basata su contenuto del carrello, scelta del vino e presenza sospetta di confezioni formato famiglia, individuo quello giusto.  Alle nove di sera prima della chiusura del supermercato: lui arriva alla cassa, io mi posiziono strategicamente come un avvoltoio, lui scarica il carrello e viene improvvisamente raggiunto da una donna - prima seduta nel parcheggio - che gli chiede molto dolcemente: «Amore, hai preso il latte?». Così mi dirigo, ultima spiaggia, davanti all’avocado. Un uomo che compra l’avocado sarà sofisticato… cosmopolita. Magari ha vissuto a Londra, come me, e prepara pure il brunch alla domenica. Errore madornale: a Milano, davanti agli avocado, si incontra soprattutto un uomo che prende l’ultimo maturo. Al primo scambio di battute risponde: «Scusa, ho fretta». L’amore può attendere. Il guacamole no.

 

E poi ci sono loro: i fantasmi

Sono loro, quelle creature mitologiche, quelle che sembrano improvvisamente dotate del mantello invisibile di Harry Potter, proprio perché nessuno riesce a presentarteli. Tutte noi abbiamo decine di volte ascoltato la frase «Conosco uno perfetto per te.» Queste cinque parole generano immediatamente una quantità di speranza spropositata rispetto alla realtà. «Davvero?»  «Sì. Cinquantasette anni. Divorziato. Figli grandi. Molto carino. Colto. Intelligente. Sportivo. Simpatico. Ha una bellissima casa.» Pausa. La quiete prima della tempesta inevitabilmente seguita da:

- «Però in questo momento frequenta una.» Naturalmente.

- Oppure: «Te lo presenterei, ma non credo voglia una relazione.»

- Oppure il mio preferito: «È fantastico. Non capisco come mai sia ancora single.» Questa frase dovrebbe essere accompagnata da una sirena, un lampeggiante rosso e possibilmente dalla sospensione immediata delle contrattazioni.  Perché forse la domanda non è come mai sia ancora single. Forse la domanda è da quanto tempo tutte le altre donne stanno cercando di capirlo.


Epilogo

In conclusione, dopo mesi di osservazione, sono arrivata a discernere quello che vi rappresento di seguito. Ero partita dal presupposto che bastasse il posto giusto per trovare l’uomo giusto ed il logico corollario della mia analisi sarebbe stato che avessi guardato nei posti sbagliati. In realtà mi sono accorta che stavo commettendo un errore ancora più grande. Cercare. 


La verità è che siamo arrivate all’esasperazione: entriamo in una stanza e facciamo uno screening degno di un radiologo specializzato in pet tac. Quanti anni ha? E’ vestito bene? Ha l’anello al dito? L’orologio giusto? E’ accompagnato da qualcuno?  È una due diligence completata prima ancora che la persona ci guardi negli occhi, cominci a parlare e ci dica il suo nome. L'ossessione che ci inviluppa come un conundrum comporta un rischio vero: di smettere di vedere ed assaporare ciò che realmente conta. Gli amici. La conversazione. La musica. La città.

E soprattutto concentrandoci sull'altro perdiamo noi stesse e non ci occupiamo di dare valore a chi siamo, smarrendo completamente la nostra personalità e consumando quel fascino che ci rende uniche nella nostra complessità.


Perché l’uomo interessante non vive in un habitat particolare. Magari è semplicemente da qualche parte, anche lui seduto a una cena di coppie con l’amico che gli dice: «Ma figurati se a Milano non trovi una donna interessante.» 


Dopo aver passato in rassegna ristoranti, club, vernissage, palestre e teatri con la stessa determinazione con cui si cerca un taxi a Milano nella settimana della moda e sotto la pioggia, tornando a casa attraverso una città piena di uomini che apparentemente non trovo, ho formulato questa riflessione: forse il punto vero è proprio smettere di cercare.

Perché magari succederà nel posto più improbabile. In un bar qualsiasi, con le luci sbagliate, il vino scadente e nessuna programmazione. E magari, in mezzo a tutta quella normalità, nella folla di gente incontrerai quel qualcuno che non corrisponde affatto alla lista mentale che ti sei costruita negli anni ma che sarà capace di rendere straordinaria la quotidianità.

Vi lascio quindi con una domanda: che senso ha l'affannosa ricerca del posto giusto in cui incontrare l’uomo giusto, quando i rapporti più veri e belli cominciano proprio quando smettiamo di programmare dove e quando dovrebbero cominciare?



 
 
 

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